Anghì,

forme di legni e altre storie

Nel violino l’esagerazione dell’elemento ferreo appare impropria.
Cosa hanno in comune case, chiese, violini, paesaggi, viole?

Solo il legno. E la sua capacità di evocazione.

Plasmare il legno che vive

Proporzionalità compiuta, matematica, sezione aurea: la musica ha saccheggiato a mani basse la perfetta misura delle cose di cui lo strumento a corda è un riflesso, specchiato nel mito di Apollo citaredo. L’arte ha poi aggiunto l’ambivalenza del significato dello strumento ad archi, ora povero ora ricco, ora angelico ora diabolico, imbracciato da l’Arcangelo Gabriele ma anche da Mefistofele.

“Chitarre, violini e violoncelli sono chiamati strumenti a corda. Ma la corda è solo un cavo teso tra ponticello e bischeri, invece il legno è vivo e la musica vibra circolando nei vasi dove scorreva linfa”

Erri De Luca

Un lavoro minuzioso per scovare i legni migliori, esattamente come facevano i maestri liutai (come lo stesso Stradivari). Ma anche entrando nelle segherie o lavorando ai torni, per formare gli elementi destinati a comporre queste opere uniche.

Scomposizione artistica

Disegnando e tagliando, componendo e scomponendo, mi sono persuaso: le Dolomiti hanno ben altri legami con il suono e quindi con l’arte.

Casse armoniche, manici, corde: una forma che, vista una volta, richiama per sempre Mozart e Bach, ma anche il mezzo busto di una donna amata.

Uno strumento da suonare con orecchio quasi assoluto, così come una donna può essere amata solo con cuore (quasi) assoluto. Come nel caso della Val di Fassa: paesaggi da respirare, odori da sentire, sapori da vedere. Un scomposizione unica, un tripudio di emozioni, tutte racchiuse nel legno.

Qualità che nutre il bosco delle opere

Ogni strumento è unico e costruito a mano accompagnato da firma a fuoco e sigillo di originalità in ceralacca. Ma soprattutto ogni strumento è evocato utilizzando i materiali classici della liuteria. In particolare l’abete rosso di risonanza della Val di Fiemme (Picea Abies) con cui i liutai – da secoli – ricavano la tavola armonica. In alcune opere compare il manico, totalmente o parzialmente, nella sua forma da esecuzione attuale: in questo caso il legno è l’acero di monte, impiegato per il fondo, le fasce e – appunto – il manico. Da anni raccolgo legni dalla Valle di Fiemme. Ho imparato a conoscerli e riconoscerli ed oggi, vedendoli ricoperti di polvere o di muschi, riesco ad immaginarli una volta lavorati. Anche per questo ogni opera è unica. Non uso solo legni freschi.

Ma anche quelli con una storia derivante da demolizioni, ristrutturazioni, abbandoni. Li ricompongo come se potessero avere una seconda vita nel “bosco delle opere”. Messi insieme sono una sinfonia. Ogni legno racconta di se. Ma l’effetto finale dipende da come suonano gli altri pezzi di legno chiamati a comporre la partitura sinfonica. Alla fine larici e abeti stanno assieme come un oboe e un contrabasso. Per mettere assieme i legni occorre vederli prima che la loro nervatura appaia, e prima che il verso orizzontale o verticale restituiscano il “sentiment” della loro vicinanza o della loro unione. Un pezzo di legno può finire nella stufa e riscaldare i corpi. Un pezzo di legno può finire in una “forma” e riscaldare i cuori.

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